Archivio per marzo, 2009
Grazie, Wittgenstein! 19 Marzo 2009
Inviato da francesca il Bollettini il 19 marzo 2009
Buongiorno
La scrittura del bollettino questa settimana sembra più complicata del solito. Sono un paio di giorni che sono di buon-umore-senza-ragione e in fase di energia positivamente irrequieta. Adesso, seduta davanti al computer che cerco di riorganizzare le idee di questi ultimi giorn, mi sembra che le persone, i piccoli episodi, e tempeste di sabbia mi si affollino davanti agli occhi senza darmi la possibilità di recuperare il filo del discorso…
Procedo per immagini – racconto una storia piccola e tengo il resto in caldo per una prossima edizione.
Questo semestre sto insegnando Sociologia Urbana: è una gioia poter fare quello che davvero mi piace e diventa divertente e per certi versi più semplice provare ad esplorare (e forzare) i limiti, le convenzioni e le abitudini dell’insegnamento. Il corso è per una classe di Master, credo di essere più o meno la più giovane del gruppo: la maggior parte degli studenti è tornata a studiare dopo anni, lavorano tutti e sono per lo più sposati. È un gruppo interessante ed eterogeneo: ci sono reppresentanti di tutte e quattro le parti del Kurdistan oltre ad una ragazza araba di Baghdad. Delle cinque donne, tre sono velate e due profondamente laiche. Fra gli uomini, uno è un pilota (e pare voglia diventare un mullah), uno insegna letteratura all’università e ha tradotto Ignazio Silone in curdo, uno è un avvocato attivista per i diritti umani e uno è un uomo di partito.
All’inizio ero un po’ intimidita dall’idea di insegnare a questo gruppo, ma visto che c’era ben poco da scappare ho deciso di puntare alto e scommettere sul come e il cosa veramente mi piace – e per ora sembra essere la strategia giusta. Sto pian pianino provando a forzare i limiti di quello che è normale e la pressione e la paura di sbagliare sono grandi, ma i primi due “esperimenti” hanno prodotto sorrisi e consensi quindi mi sento abbastanza fiduciosa…
La prima cosa “rivoluzionaria” è stata la lezione alla Cittadella. Dimitris, uno degli architetti che lavora per l’UNESCO al progetto di riqualificazione della cittadella, ci ha fatto fare una passeggiata di tre ore raccontandoci la storia, ricostruendo le varie fasi costruttive e disegnando col camminare le diverse stratificazioni sociali. È stata una visita intensa e generosa che ha rivelato molte più cose di quante non potessi immaginare. Per alcuni di loro si tratta va della prima volta alla cittadella, nonostante fossero nati e cresciuti ad Erbil non erano mai stati – è stato quindi un gioco di emozioni e scoperte. La grande sorpresa per me è stata quella di scoprire l’eccitazione per la grande novità di una classe all’aria aperta. Qui l’educazione è assolutamente formale e la proposta di una passeggiata per imparare dalla città pare sia un’idea alquanto rivoluzionaria. È buffo pensare a quanto poco basti per suonare “radicali”, ma è anche un bel da fare per ricordarsi ogni momento che c’è poco da dare per scontato.
Negli ultimi anni ho insegnato storie urbane solo ad architetti e urbanisti – qui c’è tutto un mondo da negoziare a partire dal fatto che c’è bisogno di stabilire una lingua comune, che è ovviamente una cosa che si deve fare in ogni occasione, ma che in questo caso specifico richiede per me uno sforzo maggiore visto che si tratta del mio pane quotidiano. E forse è vero che trovandosi nella condizione di dover rendere accessibile e comprensibile quello che si crede di sapere si finisce per rendere il proprio pensiero più solido e sfumato.
Vedere la classe camminare per la cittadella, osservare, fare domande e cercare di capire come tutto questo possa essere divertente e allo stesso tempo avere una dignità accademica è stato per me un momento entusuasmante e di grande responsabilità – ma anche di consapevolezza: se si trova il modo di comunicare il valore e le potenzialità di un certo modo di fare, si possono mettere alla prova le convenzioni senza offendere nessuno, ma aprendo nuovi spiragli di possibilità.
Gasata dall’effetto positivo post-cittadella, ho deciso di rischiare e fare un secondo tentativo. Dovendo introdurre l’approccio teorico che terrà insieme tutto il corso, avevo bisogno di comunicare, in modo non troppo umanistico, l’importanza della presenza delle persone nello studio delle problematiche urbane. L’idea non era quella di mettere l’uomo al centro del mondo, ma quella di concentrare l’attenzione sulla relazione fra le persone e lo spazio per poter discutere di questioni legate alla giustizia sociale, alla sostenibilità, alla memoria e (ovviamente) alla possibilità di raccontare delle storie. A lezione ho ritracciato in forma teorica il perchè di quello che avevamo fatto fisicamente alla Cittadella, il camminare come forma autonoma del pensiero, la scoperta della dimensione urbana attraverso la percezione sensoriale, l’osservazione del tessuto urbano dal di dentro, nel rapporto fra corpo e spazio.
E così, pensando a Wittgenstein e a come Farinelli lo introduce, all’inizio della classe ho chiesto agli stidenti di alzarsi, di chiudere gli occhi e di allargare le braccia il più possibile. Per capire da dove arriva l’isitinto di misurare il mondo, per sentire da dove nasce l’amore per le mappe, per scoprire come nello studio dello spazio c’è lo studio della relazione fra le persone, per capire come in fondo non costi troppo abbracciare il mondo. È stato un momento emozionante, lo scetticismo si è trasformato in sorriso e la tensione di trovarsi a fare i conti con il proprio corpo, uomini e donne nella stessa stanza, ha scatenato una risata liberatoria.
Alla fine mi hanno detto che dopo una cosa di questo genere è sicuro che questi concetti non se li dimenticheranno mai… e sono sicura che quei due minuti di occhi chiusi e sorrisi prima imbarazzati e poi soddisfatti saranno anche per me impossibili da dimenticare.
Il prossimo giovedì sono a Betlemme; spero di riuscire a scrivere, altrimenti ritorno fra due settimane.
Un abbraccio
nota a pie pagina - sumac, 12 marzo 2009
Inviato da francesca il Bollettini il 16 marzo 2009
Il sumac è una spezia che si usa moltissimo nella cucina Mediorientale, ha la forma di una lenticchia e sa di limone. È definita una pianta subtropicale, ma mio papà dice che si trova anche sulle montagne intorno casa nostra , che in italiano si chiama sommacco e che i pastori la usavano per tingere la stoffa visto che ha un colore violaceo.
dolma, 12 marzo 2009
Inviato da francesca il Bollettini il 16 marzo 2009
Per cucinare dei dolma come si deve c’è bisogno di tanto tempo, dedizione e pazienza. Qui in famiglia si mangia in media una volta alla settimana, per noi stranieri è un privilegio che capita solo di rado. il tempo di preparazione è più o meno quattro ore, quindi il consiglio è quello di armarsi di una buona compagnia e di approfittare del piacere della cucina per farsi raccontare delle storie.
La lista degli ingredienti è lunga ma semplice: riso, agnello macinato, polpa di manzo, melanzane, zucchine, cipolle, foglie di vite, foglie di verza, limone, conserva di pomodoro, aneto, sale, pepe, sumac. Chiaramente la stessa lista meno agnello e manzo vale per la versione vegetariana.
Fondamentalmente i dolma sono verdure ripiene di riso e carne, a mio parere una di quelle cose che quando si assaggiano non si dimenticano.
Per cominciare bisogna scavare le verdure. È necessario un coltello affilato con la lama corta e sottile. Le melanzane e le zuccine vanno a tagliate a metà dalla parte della lunghezza e poi scavate. La mano allenata riesce a intagliare da mezza zucchina anche tre “contenitori” da riempire poi con il riso – al primo tentativo, scavarne un solo strato senza che si rompa è un’ambizione più che dignitosa. Non si butta via niente, la polpa e gli avanzi dell’intaglio vengono poi usati per condire il riso e insaporire il tutto in fase di cottura. Una volta scavate zucchine e melanzane vanno riempite di sale e risciaquate solo prima del riempimento. A questo bisogna “sfogliare” le cipolle. Dopo aver tagliato la testa e il sedere, la cipolla va incisa con un taglio profondo nel senso della lunghezza poi bisogna prendere la cipolla fra le mani intrecciare le dita e stringere finchè, come per magia, gli strati della cipolla vengono via uno dopo l’altro. Le foglie di vite in genere sono in salamoia quindi vanno risciacquate e lasciate in ammollo. La stessa cosa va fatta con il riso, che deve essere quello a grani corti e tondi: mentre si prepara tutto il resto, il riso aspetta in ammollo.
La polpa di manzo va tagliata a fette non sottili e marinata con sale limone e sumac.
A questo punto il ripieno. In una padella va soffritto il macinato di agnello – a quanto pare l’olio deve essere di semi… io non sono completamente convinta, ma su certe cose non si discute – con tanto limone sale pepe conserva di pomodoro e aneto tagliato piccino piccino. Quando il macinao è cotto e profumato va mescolato con il riso (che nel frattempo abbiamo scolato) – si, il riso dev’essere crudo: pare che questo sia uno dei grandi segreti… o forse un’ovvietà, ma preferisco comunque pensarlo come un segreto.
E adesso comincia il bello: l’impresa del ripieno! C’è bisogno di una pentola larga e profonda. Sul fondo va creato uno strato di carne che va prima un po’ pulita dai semi di sumac.
Le verdure vanno riempite a mano e non con il cucchiaio, si comincia con melanzane e zucchine e il ripieno non va pressato, le barchette di verdura devono essere piene poco più della metà. Ogni metà deve trovare il suo compagno: non è necessario che ,mezza melanzana debba per forsa andare con un’altra mezza melanzana, ma le verdure devono essere “chiuse” attraverso un preciso gioco d’incastri. Ogni mezza verdura deve trovare la sua dolce metà per poter ricostruire un tutto unico così che durante la cottura il ripieno non si disperda. Per le verdure che resistono alla possibilità di trovare un compagno, gli avanzi di polpa possono essere utilizzati per fare da tappo. Quando il primo strato di melanzane e zucchine è completato si passa alle cipolle – che sono la parte più facile: basta mettere un pochino di ripieno e si riarrotolano su se stesse. Le foglie di vite e quelle di verza sono le più complicate (confesso la mia totale incapacità…): la foglia va posata sul palmo della mano sinistra con la destra di prende un pochettino di ripieno e poi si arrotola ripiegando le estremità come un pacchetto; è importante che sia ben chiuso altrimenti si srotolano e il riso si disperde. Con le foglie di verza che restano si può fare uno strato che funzioni come una specie di coperchio.
Ora non resta altro che la cottura che deve procedere a fuoco basso. La pentola va coperta con una padella il cui vanno messi acqua olio limone sale e sumac: questo sarà il condimento con cui di tanto in tanto si inumidiscono le verdure. Il tempo di cottura è più o meno un’ora, un’ora e mezza… non c’è una regola precisa. Quella che viene fuori è una prelibatezza senza tempo e anche un micro spaccato della vita delle donne curde.
Questa storia non sarebbe stata possibile senza un meraviglioso venerdì pomeriggio di chiacchiere risate e scoperte con Anna e Kamaran.
A giovedì prossimo.
Un abbraccio.
ritorni, 5 marzo 2009
Inviato da francesca il Bollettini il 16 marzo 2009
È di nuovo giovedì e sono passate diverse settimane dall’ultimo bollettino.
Sono contenta di tornare a scrivere, sentivo la mancanza della micro-disciplina che mi da la scrittura settimanale!
I rientri questa volta sono stati molto piacevoli ad entrambe le estremità del viaggio. Lo shock culturale del rientro a Natale e le riflessioni successive – per cui ho un debito di gratitudine con Katia – mi hanno aiutato a capire che non c’è possibilitá di far quadrare il cerchio: i bordi delle due vite che vivo quasi in parallelo non comaberanno mai alla perfezione e quindi tanto vale farsene una ragione. Ci ho messo un po’ a capirlo – e spero di averlo capito per davvero – e in retrospettiva apprezzo sia la pazienza che gli scazzi di chi ha subito la mia fase di alienazione e disorientamento a cui non riuscivo a dare una forma un nome e una ragione.
Questa volta il rientro sia di qua che di là è andato liscio – cercando di godere del meglio che sia una vita che l’altra mi offrono… ho deciso di optare per l’ingordigia piuttosto che per un tentativo penoso (sia per me che per gli altri) di autoregolamentazione!
Oggi si festeggia il giorno della rivoluzione: si commemora l’inizio della rivolta dei Curdi contro il regime di Saddam nel 1991. Nella caffetteria dell’universitá all’ora di pranzo c’era musica patriottica e a quanto pare alla TV non trasmettono altro se non danze celebratorie. La maggior parte dei ragazzi sono venuti a lezione con l’abito tradizionale – anche quelli che nei giorni “normali” hanno uno stile più occidentalizzato. È un’occasione di festa e orgoglio – è interessante vedere come certi momenti simbolici toccano l’animo delle persone e costruiscono il senso di appartenenza. È una sensazione che, nonostante i risentimenti nei confronti dell’Italia e i vagabondaggi, condivido e capisco – c’ è qualcosa di profondo che si risveglia ogni 25 aprile e oggi mi è sembrato di vedere qui la stessa cosa.
All’università sono stati bravi: hanno fatto coincidere con la giornata di oggi l’inaugurazione della sala da ping pong. La costruzione è in sè surreale così come la scena che mi sono trovata davanti quando ho aperto la porta. La sala da ping pong è un container (di metallo) bianco con tetto spiovente blu elettrico e un pavimento di piastrellone bianche e verde acido. Nella sala sono allineati 5 tavoli da ping pong che entrano giusti giusti. Per l’inaugurazione l’associazione delgi studenti ha organizzato una mostra fotografica sull’inizio della rivoluzione e chiaramente incuriosita sono andata a vedere. Apro la porta e vedo decine di facce che si girano a guardarmi; la puzza è quella dello spogliatoio dei maschi dopo l’ora di ginnastica al liceo e un mucchio di ragazzi che giocano in contemporanea nel trionfo sinfonico delle palline da ping pong. La mostra di foto sembra essere l’ultimo degli interessi e io schivo un paio di palline e studenti in corsa per riuscire ad arrivare per lo meno alla fine del primo muro per poi fuggire e respirare… non voglio immaginare odore e temperatura quando arriverà il caldo!
Per questa settimana mi fermo qui
Contrariamente dal solito, il sole sta tramontando invece che sorgendo…
Un abbraccio
montagne e contrabbandieri, edizione straordinaria, 2 febbraio 2009
Inviato da francesca il Bollettini il 16 marzo 2009
Buongiorno
C’è un villaggio al confine fra Iraq e Iran che si chiama Holshou; è il punto di arrivo di una strada stretta che si arrampica piano piano attraverso una pianura che le montagne interrompono improvvisamente. Sono montagne che sembrano essere lì da prima dell’inizio del tempo, rocce brulle e crude, dall’aspetto severo affascinante eterno. La pima montagna che si incontra alla fine della pianura si chiama Montagna Nera – la chiamano così perchè è nuda e sterile, pura roccia su cui non cresce niente.
Se stessi scrivendo un libro di avventure probabilmente cominerei la mia storia dicendo: Per ragginungere Holshou i nostri padri raccontano: “ una volta arrivati alla Montagna Nera segui il sentiero che piega verso destra, costeggia le pareti di roccia e dopo un saliscendi fra precipizi e colline nebbiose arrivi a Holshou…”
Non sto scrivendo un libro di avventure, ma il viaggio verso Holshou è stato un salto nel tempo, il compimento del sogno orientalista di un viaggiatore ottocentesco: ecco il Kurdistan come ho sempre immaginato che fosse.
Un villaggio di fango e pietre con tetti di legno isolati da uno strato compatto di terra. Un villaggio scavato nella roccia e arrampicato sulla parete di una montagna antica – di quelle montagne che ti espongono alla potenza della natura, di quelle montagne che non ti fanno più distinguere la fascinazione dalla paura.
Un villaggio fatto di poco e di molto, con visi segnati dal freddo e dal tempo così profondamente da renderti incapace di contare il trascorrere degli anni.
Un villaggio dove le parabole per la televisione sono aggrappate ai tetti di fango, dove i vecchi portano il turbante e camminano appoggiati a bastoni così alti che arrivano alle costole, dove le donne hanno i capelli tinti di un rosso abbagliante e vestiti di ciniglia che sono macchie di colore contro lo sfondo grigio del paesaggio.
Un viallaggio dove la maggior parte degli adulti non sa leggere e scrivere e firma con l’impronta del pollice. Un villaggio dove da generazioni gli uomini scavalcano le montagne per contrabbandare ora alcol e cellulari (pare importati da Dubai) e prima chissà verso un Iran avido di prodotti proibiti…
Un villaggio dove probabilmente capita una volta ogni cinquant’anni di vedere una donna occidentale in giro per la strade; un villaggio dove ti accorgi che nonostante le battaglie quotidiane la fascinazione dello sguardo orientalista è difficile da tenere sotto controllo…
Torno a raccontare all’inizio di marzo
A presto