Archivio per aprile, 2009

nazanim, 30 aprile 2009

Buongiorno

Il cielo è grigio o color ambra raramente turchese. Lo smalto sulle ughie dei piedi è viola. La ribellione del mio corpo alle continue tempeste di sabbia è una “cosa” rosa che si arrampica (per fortuna non in modo troppo appariscente) sulla parte sinistra della faccia. L’estate è arrivata e non si parla d’altro che di quanto sarà difficile affrontare giorni sempre più caldi.

Nazanim in curdo significa “non so” o “non capisco” – è una delle prime parole che si imparano visto che qui non capire niente di niente sembra essere una condizione esistenziale. È una parola che mi piace molto e che spesso finisce per essere un lasciapassare: se si associa ad un’alzata di spalle per me è la quintessenza dello spaesamento e della continua negoziazione fra comunicazioni e fraintendimenti quotidiani.

In questi giorni per me è diventata anche la parola chiave di una riflessione su me stessa, sulla scrittura e sulla posizione che mi sto costruendo in questo posto. A volte mi sembra di cominciare a sapere più di quello che ho voglia veramente di sapere, a volte ho l’impressione di conoscere cose e situazioni di cui non dovrei sapere nulla. E questa consapevolezza ha un peso che non conoscevo. È un’arma a doppio taglio. Alimenta la mia curiosità già di per se spropositata e allo stesso tempo mi da un senso di responsabilità con cui è difficile fare i conti. A volte vorrei essere uno stuzzo, nascondere la testa sotto la sabbia e pensare che sia un bel modo di scamparsela. Altre volte il desiderio di scoprire i fili nascosti che muovono situazioni e persone genera un eccitato senso di vertigine.

E così nazanim è diventata per me la lente attraverso cui capire l’influenza che la società, le abitudini, la cultura di questo posto cominciano (?!) ad avere su di me. Penso ad una delle prime discussioni con Anna, appena arrivate, sul timore che un tessuto sociale così represso/repressivo e conservatore come questo potesse plasmarci senza che ce ne rendessimo conto. A guardarlo oggi quel timore non era poi così infondato. Mi rendo conto che sto cambiando – che il mio modo di comportarmi subisce le influenze del contesto in cui vivo. E mi rendo conto – immaginate a questo punto il mio miglior ghigno a metà fra cinismo e ingenuità – che tutto questo sta succedendo (è successo) senza che me ne accorgessi, finchè ad un certo punto, a sette mesi dalla linea di partenza, mi si sono aperti gli occhi. E la rivelazione più interessante – ma anche un po’ dolorosa e faticosa – è che il livello di autocensura che esercito sulle mie parole scritte o parlate è sorprendente. Ci sono cose che so di non poter scrivere, ci sono cose che muoio dalla voglia di raccontare, ma so di non potere. Non finchè sono qui. E questa consapevolezza mi da una sensazione ambivalente – di repulsione nei confronti di me stessa per la mia mancanza di coraggio, nei confronti di un sistema sociale che rischia di soffocarti senza dartelo a vedere; ma anche una sensazione di matura accettazione (senza nessuna sfumatura sacrificale) di una condizione da cui sto imparando. Mi sento un po’ come una chioccia che cova il non detto in attesa che sia maturo a sufficienza per poter prendere la forma “inoffensiva” di una storia dei molti dietro le quinte di cui ho il privilegio di conoscere i dettagli.

Un abbraccio

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Il giro del giorno in 80 mondi, 23 Aprile 2009

Buongiorno

Qui l’estate sta facendo le prove generali: ieri e l’altro ieri c’erano trenta gradi e il cielo limpido, oggi è tornata la sabbia… è un tempo schizzofrenico che mi sta dando la debolezza combinata del primo caldo con quella del cambio di stagione. Il risultato è che vado un po’ a rilento ed ho sempre sonno.

Nel giardino dell università sono fiorite le rose, ce ne sono di tutti i colori e nei giorni di cielo sereno il profumo riesce a prendere il sopravvento su quello della polvere. Queste macchie di colore rendono il paesaggio un po’ più leggero ed ospitale.

Nel 1986 Julio Cortazar ha raccolto appunti, note, storie non concluse in un libro che si intitola “Il giro del giorno in ottanta mondi”. È un viaggio nei pensieri, negli stimoli e nelle suggestioni che il mondo dà allo scrittore anche quando è seduto alla sua scrivania. Questo libro mi è tornato in mente qualche giorno fa, quando cercavo di trovare un filo per la mia fascinazione nei confronti di questo paese. E la risposta credo stia nel fatto che ogni giorno per me è un viaggio di scoperta delle migliaia di contraddizioni che animano questo posto, delle decine di storie incredibili che ogni giorno mi sento raccontare, delle sfaccettature improbabili che costituiscono le esperienze delle persone che ho intorno o che per caso mi capita di incontrare.

Le stratificazioni della società, l’accesso a circoli diiversi, la mescolanza di lingue, religioni e tradizioni fanno si che che ogni giorno si manifesti come un’improbabile combinazione di mondi diversi. E io mi sento un po’ come il signor Fogg del “Giro del mondo in ottanta giorni” in cerca dei mezzi di trasoprto più disparati per orientarsi e muoversi intorno al mondo e un po’ come Cortazar che gode delle (mancate) connessioni fra gli eventi le cose e le persone del piacere che può dare la sospensione della logica e l’accettazione del lato surreale della vita.

Sono gli incontri con le persone che mi lasciano di frequente con la sensazione di spaesamento che si ha durante un lungo viaggio e le chiacchierate diventano avventure e i mondi si moltiplicano nella consapevolezza del fatto che ciò che sembra inconciliabile può trovare equilibri funambolici all’interno della stessa persona.

La settimana scorsa ho bevuto un te con un personaggio incredibile, un giovane professore di critica letteria, con dei profondissimi occhi neri, un inglese perfetto e i modi di un gentiluomo di altri tempi. Qui con un paio di domande con cui domandi senza chiedere si riesce a scoprire molto più di quello che si vuol sapere – di questa persona mi è stato detto che viene da una famiglia religiosa e potente e che lui e suo fratello sono seriamente militanti (cosa che lo stile del taglio della barba in qualche modo lascia intuire). Abbiamo chiacchierato di strutturalismo, di Foucault e Derrida, della possibilità o meno di un’interpretazione postcoloniale del Kurdistan, delle potenzialità evocative della poesia immaginista – che cita a memoria con una metrica impeccabile. Non sono così frequenti da queste parti le possibilità di questo tipo di conversazioni e il piacere dello scambio è stato reciproco e sincero. Dopo un’ora e mezza è andato via – ha portato la mano sul cuore ed è andato via… nessuna stretta di mano, non si può, chissà perchè me l’ero dimenticato. Due mondi che per me sembrano agli antipodi convivono in questa persona con quella grazia stupefacente che continua inesorabilmente a prendermi di sorpresa.

Un abbraccio

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Forti come le montagne, 16 aprile 2009

Buongiorno

Le tempeste di sabbia sembrano non finire mai, quella di oggi dura da quasi ventiquattro ore: si fa fatica a respirare e non si vedono i palazzi dall’altra parte del cortile; il cielo è giallo e l’odore della polvere è talmente intenso nel naso che prende il sopravvento su tutto il resto.

Appena arrivata qui, sei mesi fa, avevo avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di forte e “primordiale” che mi legava a questo posto. Vivere in un posto circondato dalle montagne mi fa sentire a casa e per quanto le differenze siano più delle somiglianze, la sensazione di familiarità col paesaggio resta un tratto di questo posto che mi mette a mio agio.

L’idea della nazione e dell’identità curda sono completamente costruite intorno alle montagne. Dai miti delle origini alla lotta per l’indipendenza, dall’Ararat ai peshmerga, i monti sono sempre parte del racconto e lo sono non come sfondo del paesaggio, ma come elemento costitutivo della narrazione.

Ho sempre pensato che le montagne potessero avere un impatto sulla personalità della gente. Se penso a casa mia, alla mia famiglia, alle nostre radici c’è un tratto inconfondibile che viene dalle montagne. Ho ritrovato qui quello stesso tratto – con parole e sensazioni diverse, ma con gli stessi significati. Forse è questa prossimità primordiale che mi tiene legata a questo posto, un sentire legato alla solidità delle montagne che permette di costruire il proprio mondo su una base ruvida ma accogliente.

Il terremoto – o meglio, i molti racconti del terremoto dalla mia famiglia e dai miei amici d’infanzia – mi ha dato la possibilità di avvicinarmi alle ragioni del mio attaccamento istintivo a questo posto. Dall’Abruzzo mi sono arrivate storie di orgoglio e dignità, di un mondo segnato ma non sconfitto – e da lontano, attraverso le parole degli amici e dei miei, ho riscoperto quella parte di me che viene dalle montagne. E in questa ricoperta ho trovato il senso della prossimità con il Kurdistan.

La scrittura di questa settimana è un po’ surreale e il giallo del cielo non aiuta a fare chiarezza, ma la solitudine di questi giorni – la sensazione di vuoto rispetto alla consapevolezza che la distanza mi sta facendo perdere una parte di storia della mia famiglia e della mia terra – è stata forse un po’ alleviata dall percezione di questa strana vicinanza, una sensazione ancestrale e irrazionale che ha funzionato un po’ da ancora in un momento di grande sbandamento.

A giovedì prossimo

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America, Dio ti protegge! 9 Aprile 2009

Buongiorno

Le stagioni fanno fatica a trovare una definizione e giorni di sole estivo si succedono a giorni di tempeste di sabbia, in cui l’aria è così densa che diventa difficile a respirare.

Scrivere oggi è particolarmente complicato. La tragedia del terremoto, la distanza dalla mia famiglia, la difficoltà di elaborare da soli un lutto collettivo che percepisco attraverso le parole dei miei e le manipolazioni dei media rende quasi impossibile formulare un pensiero lineare, concentrarsi sul quotidiano, sul qui e ora senza lasciarsi trasportare dalla confusione emotiva che caratterizza questi giorni. Così da lontano non posso fare nulla, il mio cuore è altrove ma non posso che fare uno sforzo di “realtà” e cercare di ancorarmi al mio presente. Il pensiero del progetto mai realizzato del Museo del Terremoto ad Avezzano in questi ultimi giorni non mi lascia… non possiamo permetterci di dimenticare.

Oggi in Iraq è una giornata importante e controversa. Per alcuni è il giorno della fine del regime di Saddam, per altri è l’inizio dell’occupazione americana. Provo a sospendere il giudizio, ma non è semplice. Mi ricordo le immagini del soldato arrampicato sulla statua di Saddam e mi ricordo il gelo che ho provato quando ho visto sventolare sulla statua la bandiera americana. Niente è mai solo quello che sembra – mi ricordo di aver pensato. Niente in quel momento mi avrebbe potuto far pensare che anni dopo sarei andata a vivere in Iraq…

Qui ad Erbil la festa nazionale non è poi così nazionale: i ministeri sono chiusi, ma all’università è un giorno di lavoro normale. Si parla poco in/di giorni come questi, le opinioni sono sempre caute e certi discorsi politici sono possibili solo in contesti privati e di confidenza, per il resto si annuisce e si sorride per cortesia.

Giovedì scorso c’è stato un “grande evento”: il Dipartimento di Stato americano ha organizzato un concerto jazz con un gruppo di musicisti americani in turnè in giro per il mondo. Qui non succede mai niente di “culturale” e quindi una serata di musica dal vivo diventa la cosa di cui si parla e su cui si commenta per giorni. Una delle mie studentesse mi ha detto alla fine del concerto che per lei è stata un’esperienza incredibile: era, infatti, la prima volta che ascoltava musica occidentale dal vivo ed era sorpresissima dal fatto che potesse essere così piacevole.

Il concerto in effetti non è stato male, ma di nuovo niente è mai solo quello che sembra e qui tutto in un modo o nell’altro diventa politica. Forse le mie orecchie sono troppo sensibili e dovrei imaprare a tralasciare i dettagli, ma la retorica che ha avvolto l’intero concerto ha fatto sì che per me il concerto fosse più antropoligicamente interessante che esteticamente piacevole.

Il tutto è cominciato con il batterista e leader del gruppo che dichiarava di essere molto emozionato all’idea della sua prima performance in Iraq. Fino qui ci siamo, non è una cosa da poco e non è una cosa che capita a tutti. Il prurito comincia quando la consapevolezza geopolitica del musicista vacilla e continua a parlare di Iraq e di quanto ama l’Iraq sucitando, immagino con sua sorpresa, la risposta freddina del pubblico. La serata si scalda e in uno slancio di entusiasmo il batterista dichiara che fra tutti i concerti tenuti in Iraq, questo è decisamente il migliore…. oh yes, vi amiamo tutti! Il bello arriva con un momento di lucidità in cui il batterista capisce che c’è qualcosa che non va e quindi a pieni polmoni grida “I love you Kurkistan” (non è un errore di battitura, ma una citazione testuale!) L’irritazione a questo punto lascia il posto al sorriso sarcastico considerando l’insistenza sul fatto che questo sia il miglior concerto fra quelli che la band ha tenuto in Iraq (non era il primo?). L’apoteosi arriva alla conclusione ovviamente, il gruppo ci regala una canzone composta dal batterista (che suona stranamente simile a Coltrane) – il pezzo è stato scitto durante questo tour del Medio Oriente, forse scritto nello Yemen o forse negli Emirati (sulla spiaggia di Dubai?) non mi ricordo. Il pezzo comincia continua e finisce così: America, Dio ti protegge!

Sospendo il giudizio, ma faccio fatica a trattenere un ghigno.

Niente è mai solo quello che sembra…

A giovedì prossimo!

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il sapore del tamarindo, 2 Aprile 2009

Buongiorno

Qui è arrivata la primavera, il campo davanti casa mia è pieno di fiori gialli e l’erba ha preso diverse sfumature di verde. È un paesaggio nuovo e transitorio, di passaggio fra le tempeste di sabbia dell’inverno e l’aridità che arriverà con l’estate. Il fatto che si tratti di una parentesi breve e sfuggente probabilmente lo rende ancora più bello e sorprendente.

Il ritorno dal viaggio in Palestina mi ha dato molto da pensare.

Sulla strada che costeggia la Città Vecchia di Gerusalemme, non lontano dalla Porta di Damasco c’è una botteguccia che vende succo di tamarindo. Cerco di fermarmi ogni volta che vado perchè quel succo di frutta per me ha il sapore di Gerusalemme e ha tante storie da raccontare. Ne avevo parlato ad Anna e volevo che andassimo insieme, l’ho cercato per un po’ ma avevo perso l’orientamento e confuso la porta e mi ero quasi convinta che l’avessero chiuso. Mezzora prima di riavviarci verso il confine siamo inciampate per caso nella bottega e, con mia grande gioia, siamo riuscite a bere il succo di tamarindo.

Forse in modo un po’ infantile, il sapore del tamarindo ha reso ancora più fisica la percezione del cambiamento in Palestina. Così come ha dato uno spessore materiale alla quantità di sensazioni che il pensiero di “andare in vacanza in Palestina dall’Iraq” ha generato.

Credo che questo viaggio mi abbia dato la possibilità di fare un altro piccolo passo in avanti nel capire il contesto in cui vivo, mettendo a fuoco dei dettagli che sono impossibili da percepire senza un minimo di distanza. Forse l’elemento che più è saltato agli occhi è il fatto che ci sono diversi modi di vivere una situazione di (post) conflitto. In Palestina l’ironia e un sarcarsmo a volte tagliente diventano un’arma di sopravvivenza, un’arma che i curdi hanno scelto (chissà se si tratta della parola giusta) di non abbracciare. Il fascino e l’orrore del Kurdistan stanno probabilmente, fra le altre cose, nella totale mancanza di leggerezza. Qui tutto si prende sul serio, e il motto che si ripete costantemente, il mantra del quotidiano – i curdi sono come le montagne – dà il tono e lo spessore di un modo di guardare alla vita. Che è un modo intenso e coinvolgente, ma che manca totalmente della dimensione giocosa e della possibilità dello scherzo; è un modo che ti ancora al suolo e che forse lascia poco spazio per sognare.

Probabilmente è il margine incerto fra il sogno e l’illusione a far paura e la schizofrenia fra il peso delle montagne e un approccio alla vita legato al fatto che nessuno riesce a pensare ad un futuro più lontano della sera stessa lascia poche possibilità al momento liberatorio di una risata beffarda.

Per ora un abbraccio

a giovedì prossimo

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