Archivio per giugno, 2009

25 giugno

Buongiorno

Con l’ennesimo controllo dei voti e del complicatissimo meccanismo di definizione degli esami di riparazione in relazione alla scelta del corso di studi in cui gli studenti vogliono laurearsi il semestre sembra veramente finito. A parte la supervisione delle tesi master, sto cercando di dedicare questi giorni allo studio anche se rimanere concentrati non è sempre la cosa più facile vista la stanchezza. Sto cominciando a leggere un po’ di storia degli anni 70 e 80 in Iraq, il periodo in cui il potere di Saddam Hussein si rafforza, il regime si fa più sanguinoso e le tensioni con i Curdi sempre più frontali. Sono anche gli anni delle riforme agrarie, della collettivizzazione della terra e della prima discolazione di quasi mezzo milione di persone dalle montagne a fondo valle per la gestione delle cooperative agricole di stato. La ragione fra le righe di questa svolta socialista è in realtà quella di limitare la presenza di ribelli nelle zone di confine. La creazione da parte del governo di comuni in cui i contadini e gli abitanti dei villaggi erano “invitati” a vivere rappresenta il nucleo centrale del processo di urbanizzazione (rapidissimo) del nord dell’Iraq. Fondamentalmente è di questo che volgio scrivere, ma sono ancora nella fase in cui ho bisogno di capire il come e perchè del contesto più generale. È un argomento che mi sta davvero appassionando, ma per ora mi fermo qui per non rovinare la sorpresa di quando diventerà un articolo a se stante – che probabilmente troverà l’interesse di due persone nel mondo intero! J

Le possibilità di ricerca qui sono infinite: c’è molto poco in arabo, molto poco in curdo e quasi niente in inglese. E questo vale praticamente per qualsiasi campo del sapere. I non moltissimi libri che sono stati scritti sono per lo più di storia o di teoria politica e hanno per la gran parte un approccio estremamente lineare e a volte aneddotico. È raro trovare un serio supporto accademico che abbia un taglio critico o un punto di vista trasversale. Chiaramente tutto questo rende la ricerca ancora più appassionante, ma l’accesso alle fonti è veramente difficile per una serie di ragioni. La più ovvia per quello che mi riguarda è che non parlo o leggo nè l’arabo nè il curdo – per questo spero di riuscire ad otterenere il supporto dell’università per trovare qualcuno che mi possa aiutare con la ricerca dei documenti. Il secondo problema è legato al fatto che quando ci si mette a frugare nei documenti, le istituzioni si mettono sulla difensiva: recercatore uguale ficcanaso, quindi la risposta più frequente (questo capita spesso ai miei studenti di master) è che si il documento che si cerca è accessibile, ma è sicuramente poco interessante!

In questi giorni dovremmo anche capire quanti studenti avremo nel nostro dipartimento il prossimo anno: è davvero una situazione strana, in molti si sono appassionati alla sociologia, ma pochi scelgono di laurearsi. In molti ci hanno detto che vorrebbero, ma che i genitori non glielo permettono. La sociologia qui è una disciplina completamente nuova; non so se sia vero o se si tratti di una legenda metropolitana, ma pare che in tutto l’Iraq ci sia un sola persona con un dottorato in sociologia. Esiste uan sorta di diffuso pregiudizio che attribuisce ai laureati in sociologia uno status sociale piuttosto basso e la convinzione è forte abbastanza da far si che molti genitori impediscano ai figli di continuare gli studi in questa disciplina. Dal prossimo anno il nostro dipartimento cambia nome – da sociologia a scienze sociali – ed è interessante vedere come per alcuni studenti questo possa fare una differenza significativa: è come se la parola “scienze” desse tutta una nuova dignità e una nuova dimensione di serietà. Avere un dipartimento piccolo da la possibilità di fare un lavoro di qualità e l’idea di avere un ruolo nel mettere in discussione tutta una serie di pregiudizi sociali ha in sè un elemento di sfida e di stimolo. Vediamo come va!

Un grande abbraccio

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il poeta, 18 giugno, 2009

Con la riunione di oggi della commissione d’esame si conclude l’anno accademico, è una strana sensazione: di apertura e di chiusura allo stesso tempo. Il nuovo capo di dipartimento si è presentato nel migliore dei modi: sostiene l’idea che gli studenti debbano “sporcarsi le mani”, quindi probabilmente non troverà troppo esoterico il mio modo di insegnare!

Il bilancio è positivo e, nonostante la stanchezza di un anno si faccia sentire, sono davvero contenta di quello che è stato finora e della possibilità di continuare a coltivare tanto un modo di pensare che un modo di lavorare che con quest’anno ha fatto un passo in avanti in termini di maturità.

Una delle recenti scoperte dei “tesori nascosti” della città è il Parco Sami Abdul Rahman. Si tratta del polmone verde della città e occupa la gran parte dello spicchio a Nord Est di Erbil, che fino all’inizio degli anni 90 era nelle mani di Saddam Hussein come zona militare. La maggior parte del nuovo sviluppo urbano ha luogo in questa parte della città – in pieno stile Dubai e con la convinzione nascosta che creare una città uguale a qualsiasi altra nel mondo faccia parte del diventare moderni. Il parco è grande, aperto la sera fino a tardi, pieno di bandiere e un vero punto di ritrovo e socializzazione – la meta ideale per una passeggiata dopo il lavoro. Al centro del parco ci sono due laghetti con fontane illuminate da neon fosforescenti e pedalò a forma di cigno, un ristorante che serve anche alcolici (nonostante sia un posto pubblico a due passi dal parlamento!), un roseto, una palestra per arrampicare e una serie di prati che prendono il nome di “giardino 1”, “giardino2”, “giardino 3” fino a 15! Nei giardini ci sono chioschetti per le bibite – ho bevuto una granita fuxia di lamponi che mi ha lasciato una lingua persistentemente viola (fino a dopo cena) – panchine e tavoli da pic nic, dove le famiglie organizzano cibo musica e bevande per il pic nic della sera. Al tramonto c’è uno sciame di famiglie che si avvia verso il parco – dalla nonna ai nipoti – armate di cesti (di plastica marrone) pieni di cibo (i dolma non possono mancare, come mi è stato fatto notare da una delle mie studentesse a commento del mio bollettino sul tema) – ci si gode le ore in cui il caldo è sopportabile e forse si risparmia sul gasolio dei generatori!

La settimana scorsa il parco era pieno di studenti - con thermos di te troppo zuccherato, musica a palla dai cellulari e montagne di libri - che studiavano in preparazione degli esami finali. Passeggiando con Anna siamo finite in una delle “piazzette” al centro del parco in cui si trova il busto di una famosa poetessa, di cui non conosco il nome. Oltre al ronzio delle zanzare e alle chiacchiere dei giardinieri che annaffiavano le aiuole, una voce ci ha colpito sul resto. L’abbiamo seguita per un po’, finchè non abbiamo trovato un ragazzo, con jeans e cappello con la visiera, seduto da solo su una panchina che leggeva ad alta voce chiaramente da un libro di poesie. La voce era profonda e la cadenza del ritmo delle parole ipnotica. Ci siamo sedute sulla panchina nascosta dietro ad un cespulglio e abbiamo ascoltato purtoppo senza capire, ma con la chiara sensazione di essere pian piano cullate e trasportate in un altro mondo.

Un grande abbraccio

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introspezioni, 12 giugno 2009

Buongiorno.

Scrivo di venerdì perchè per buona parte della giornata nella mia testa ieri sono stata convinta che fosse mercoledì – con tutti i guai che seguono al fatto di aver confuso più di una scadenza convinta di avere un giorno in più… vabbè, capita: purtroppo o per fortuna certe cose non cambiano mai! Sembra sia passato un secolo dall’ultimo bollettino – i giorni passati sono stati super intensi e pieni di novità. La partenza di Susanna, la partenza per il Libano e il rinnovo del contratto! Si, per fortuna, l’instabilità è finita e, nonostante la gestione pessima dei rapporti umani da parte dell’amministrazione dell’università, per lo meno adesso so che posso restare! Il contratto è per i prossimi tre anni – tre anni per una come me che raramente ha fatto programmi a lunga scadenza sembrano un’eternità e tre anni (più uno già passato) di vita in Iraq sembrano un’eternità ancora più lunga…

Per ora sono felice di poter restare per il prossimo anno: ho troppe cose aperte e troppi semi che hanno bisogno di un po’ di cura per poter andar via! Su tutto c’è il libro che non ho ancora scritto –che chi mi ha accompagnato e guidato fin qui nella mia carriera accademica continua a ricordarmi – che prima o poi dovrà venir fuori e forse questo è il posto giusto per mettere insieme un po’ di idee!

Una delle ragioni per cui ho voglia di restare è forse legata ad una “questione di stile”. Negli anni passati ho viaggiato molto e alcuni dei miei viaggi sono stati l’origine o la causa di ricerche sulla città – sono stati passaggi veloci, quasi volanti che mi hanno dato la visione di posti lontani e la sensazione di aver capito come funzionassero le cose. Sono nove mesi che vivo in Kurdistan e ho l’impressione di aver capito ancora troppo poco di questo paese per poter dire di aver capito… voglio restare per provare a capire – o forse voglio restare per continuare a non capire. È una strana sensazione, che alterna spiragli di luce a momenti di totale oscurità. So di non poter tornare a vivere in Italia – non per ora e non so per quanto ancora – nonostante la nostalgia per la mia famiglia e i miei amici sia profonda. L’idea di sapere di non poter tornare a casa fa sì che sia un’estranea dovunque mi trovi. Per quanto paradossale possa suonare credo che l’idea dell’estrema mancanza di familiarità con un posto e una cultura – come quella con cui mi scontro e mi incontro tutti i giorni della mia vita in Iraq – sia emotivamente e psicologicamente più facile da gestire rispetto alla possibilità di vivere in un posto più simile a casa. Per una strana alchimia, credo che così la nostalgia sia minore. In uno dei primi bollettini scrivevo che la profonda differenza con cui mi trovo a negoziare costantemente fa sì che ogni giorno sembri un po’ un viaggio perchè ogni giorno è un po’ una nuova avventura – a mesi di distanza penso che sia vero: che questo gioco costante di traduzioni stia diventando un modo per tenere a bada la mia irrequietezza.

Il bollettino di questa settimana è forse un po’ autoreferenziale e me ne scuso – la settimana prossima finisce ufficialmente l’anno accademico e nelle fasi di chiusura o di passaggio diventa difficile controllare l’isitinto di valutazioni e bilanci.

Un abbraccio e grazie dell’ascolto!

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