Archivio per ottobre, 2009

LA LIBERTÀ Ė UN’ALTALENA

Ė venerdì pomeriggio, il giorno dedicato alla famiglia: l’aria è fresca e pulita dopo la pioggia, il parco è affollato. Musica a tutto volume, gruppetti di ragazze che chiacchierano sedute sull’erba, coppie timide che si tengono per mano.

Passeggiando ci fermiamo per una chiacchiera nella parte del parco attrezzata per i bambini: genitori seduti sulle panchine che guardano i bambini correre e andare su e giù su scivoli e altalene.

Mi dice: non posso assolutamente perdermi un giro sullo scivolo.

Prendo la macchina fotografica per fare foto.

Gli scivoli sono coperti di fango, è piovuto e ai bambini, si sa, piace arrampicarsi e sfidare la salita.

“Proviamo le altalene” dico io.

Ce n’è una verde, ci avviciniamo ma lo strusciare dei piedi per frenare ha creato delle buche che dopo la pioggia sono pozzanghere di fango. In ogni caso, un bambino con la maglietta a righe è stato più veloce di noi: si siede e comincia a dondolare. L’altalena non ha spalliera, prende velocità e rotola all’indietro: cade giusto nella pozzanghera; arriva la mamma a tirarlo fuori.

Poco oltre c’è un’altalena bianca: due sedili arrugginiti e un po’ storti, la catena è piuttosto precaria.

Non resisto, mi siedo e comincio a dondolare. So che non posso. Sono una donna adulta non sta bene: eppure non resisto. Pian piano mi accorgo che tutti gli occhi del parco-giochi sono su di me. Lo so e non mi importa: dondolare è liberatorio e rido e rido e lui fa fotografie. Ce lo diciamo: questa micro infrazione delle regole ci riporta in bocca il senso della libertà e ridiamo e dimentichiamo.

Vedo che un uomo con il cartellino attaccato alla cravatta ci guarda e pian piano si avvicina.

“Sta arrivando”, gli dico. “Ma no, non c’è niente di male”, mi risponde.

Il responsabile del parco giochi arriva e non parla con me, ma parla con lui: non capiamo il curdo. Ci dice:”Mushkila – Ė un problema”

Va bene così – o forse non va bene neanche un po’, ma lo sapevamo… la libertà è davvero un’altalena!

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la storia del peshmerga senza naso

A volte capita così che un pomeriggio malinconico si trasforma in una storia da raccontare.

Anna mi telefona e mi chiede se ho voglia di accompagnarla a fare un “sopralluogo” nel giardino di un suo collega di lavoro, che le ha chiesto qualche idea per la casa che vuole progettare nel suo villaggio d’origine.

E così partiamo, su una macchina che è in sè un’avventura, forse un tempo blindata, con un grande tubo di scappamento nero sul cofano per smaltire i fumi del motore a diesel e così alta che a me serve la rincorsa per salire.

Viaggiamo verso est, verso il Monte Safin più o meno un’ora di macchina da Erbil. Si procede in direzione della valle di Barzan, da cui ha origine la tribù più potente del Kurdistan; la strada vira verso la destra, dal fondo valle si vede in alto sulla cima la villa del Presidente Massoud Barzani. La strada diventa via via più stretta finchè non diventa un sentiero sterrato che si inerpica sulle montagne. L’aria si fa più pulita, il cielo più sereno. Si sale ancora un po’ e dalla schiena dell’ultima collina si apre una valle sospesa nel tempo al centro della quale è accovacciato il villaggio di Khora. Il villaggio ha una tradizione di combattenti, guerriglieri che hanno lottato contro il regime di Saddam per conservare la propria libertà; la risposta è stata una sorte comune a quella di quasi quattromila altri villaggi: la completa distruzione, culminata nel 1988. A quel tempo vivevano a Khora 1500 famiglie, dopo anni solo 70 hanno deciso di tornare a ricostruire le proprie case nello stesso posto del loro villaggio d’origine. Sono case di fango scavate nella montagna, completamente mimetizzate nel paesaggio dove l’unica nota di colore è quella dei panni stesi ad asciugare e dei teli di plastica azzurri che funziona da isolante. Il collega di Anna, S., viene dalla famiglia più influente del villaggio; indossa il vestito tradizionale e le scarpe di corda, la fascia alla vita è scura a fiori, avvolta in modo impeccabile e stretta al punto giusto per far sì che la pistola non si sposti dal fianco. Ha un portamento altero, di altri tempi, capelli sale e pepe e un sorriso aperto e accogliente. C’è una scaltrezza gentile nel suo modo di stare al mondo, quella di chi nella vita ha visto tanto. La prima tappa è nel pezzo di terra dove vent’anni fa c’era la casa del padre poi distrutta da Saddam. Si trova su una piccola altura che ha alle spalle la pendenza dolce dove si arrampica il villaggio; di fronte guarda a ovest verso la valle e il cielo che si avvia all’imbrunire, mentre su un lato si affaccia verso il cimitero in cui spiccano due tombe: quelle dei suoi genitori, ci dice. Dal fianco della collina spunta un uomo con il vestito tradizionale di color verde, il turbante e il volto sfigurato. Il tono di voce è allegro e scanzonato; dopo il rituale del benvenuto c’è quello dello scambio delle sigarette: io la offro a te e tu la offri a me. Anna e io riceviamo un saluto con la mano sul cuore.

Ci invita a prendere il te. Accettiamo volentieri. Ci riarrampichiamo sulla macchina solo per percorre i dieci metri che separano la cima dell’altura dalla porta d’ingresso del pergolato in cui l’uomo col turbante ci accoglie. Noi ospiti ci sediamo sotto la pergola, su un gradino appena rialzato coperto da tappeti: la posizione è incredibile, di fronte a noi si apre la valle dietro il primo piano del piccolo cimitero del villaggio. Il senso di pace è pervasivo, non c’è nessun rumore se non quello delle voci che conversano, dei bambini che giocano e delle zampe del pollo equilibrista che ticchettano sul trave di legno che copre la tettoia del cortile sottostante. L’uomo col turbante ci dice che è un cugino di S. e ci racconta la storia del suo viso sfuigurato. Qui nel villaggio tutti gli uomini hanno combattuto sulle montagne contro Saddam, anche lui era un peshmerga - che significa guerrigliero o terrorista a seconda di chi legge, letteralmente colui che non teme la morte (e quindi lotta per la libertà). Aveva un ruolo importante fra i peshmerga ed era molto rispettato. Ci indica un punto lontano sulla costa del Monte Safin: “è lì che mi hanno sparato. Due pallottole; una mi ha trapassato la gamba sinistra e non ha lasciato conseguenze. L’altra è entrata da sotto il mento e uscita dallo zigomo portando via il naso. Sono stato fortunato!’

Mentre racconta la storia arriva una donna vestita di scuro con le mani robuste e la testa coperta. Ci alziamo per mostrarle rispetto. Comincia una conversazione giocosa sulle rispettive età – S. ci traduce dal curdo. La signora ride. Chiediamo perchè. Il peshmerga senza naso ha detto a S. di dirci che è la donna è sua madre invece che sua moglie. La signora ride di nuovo e noi con lei. S. e il nostro ospite siedono su due sedie di plastica di fronte a noi, che siamo sul gradino; anche la padrona di casa siede sul gradino leggermente distante da noi più vicino alla porta. Col passare del tempo e l’animarsi della conversazione cominciano ad arrivare una serie di giovani uomini vestiti di scuro con gli occhi profondi e inquisitivi. Hanno tutti lo stesso naso aquilino e un baffo sottile. Entrano e si siedono per terra a gambe incrociate intorno a noi. “Sono i nostri figli”, ci dice il peshmerga senza naso. A guardarli bene hanno tutti lo stesso naso della mamma. Sono otto. Otto maschi e otto femmine. Le mani robuste della padrona di casa adesso hanno tutto un altro significato.

Uno dei figli ci porta il te, dolce e intenso. Ė ora di andare, ci invitano a tornare. Sarebbe bello davvero. Prima di raggiungere la macchina ci voltiamo per un ultimo saluto – nascosti dietro una porta spuntano una serie di visi di donna… ecco dove erano finite le otto figlie di cui avevamo sentito parlare!

Di nuovo in macchina verso il lato opposto della valle. la luce si avvicina al tramonto, il paesaggio prende una nota calda di arancio. Arriviamo al “giardino” che in realtà è uno spicchio di montagna che guarda sia il villaggio che la valle. Ė qui che S. vuole costrure la casa dove trovare pace e tranquillità dalle preoccupazioni delle due mogli e sei figli che lo aspettano ad Erbil. Si prendono le misure si raccolgono idee. S. e il fratello maggiore, anche lui col vestito tradizionale e la pistola alla cintura, discutono con un amico di misure e dettagli, l’orientamento del portico, l’angolo migliore per guardare il tramonto. S. si allontana un attimo poi torna da noi con una borsa frigo: pistacchi e birra per tutti stappata dal paraurti della macchina. Le contraddizioni meravigliose dei mondi che si intrecciano: gli elementi che resistono, i dettagli che si aggiungono, le sfumature impreviste di quello che è di là da venire.

Prima che venga buio c’è ancora una cosa che S. vuole mostrarci. Ė una pozza di acqua sorgiva che fa parte della proprietà, ci dice che è molto antica. C’è un grande albero abbarbicato su un piano leggermente rialzato rispetto alla fonte che la sovrasta. S. ci racconta della famiglia, il sole comincia a scendere. Io mi guardo intorno. Sotto l’albero, vicino all’acqua della fonte, l’amico di S. ha steso il tappeto e si è messo a pregare. La Mecca è nella stessa direzione dell’orizzonte. La potenza della natura dà un tono mistico alla situazione, che colpisce perfino una scettica come me.

S. ci racconta di suo nonno, era un uomo potente e rispettato, un combattente, il padrone del villaggio. Negli anni 20 gli Inglesi hanno cercato di “conquistare” le sue terre, lui ha combattuto fino all’ultimo, ma non ha vinto. S. ci dice che se suo nonno fosse sceso a compromessi adesso la sua posizione sociale sarebbe stata diversa. Suo nonno ha perso tutto fuorchè la dignità. “Chissà se aveva ragione” domanda S. più a se stesso che a noi, “Non sta a noi sapere, sarà la storia a dirlo alle prossime generazioni”.

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LA LINEA SOTTILE

4 ottobre 2009

Buongiorno

É passato poco più di un anno dal mio primo incontro con il Kurdistan. Da quel momento sono cambiate molte cose, ma molte sono rimaste uguali. La curiosità e il desiderio di capire sono immutati; la trasformazione più significativa è probabilmante legata alla mia disposizione d’animo e al fatto che per certi versi la mia “pazienza” sembra essere più limitata.

La convivenza quotidiana con la differenza culturale crea momenti di vuoto, di sospensione, di incapacità di lasciar andare senza pretendere di voler far tornare i conti con ciò che non si capisce; la stessa convivenza dà la possibilità di rendersi conto che questi momenti fanno parte di un percorso di costante negoziazione e crescita. Si accetta che l’impazienza è parte del percorso di familiarizzazione e “adattamento” e si va avanti così fra alti e bassi, ma senza troppe tragedie.

Questo anno passato mi ha dato la possibilità di capire che il lungo periodo e il passo lento consentono di piantare delle radici che, per quanto piccole e sottili, si nutrono del terreno che le circonda e generano delle trasformazioni quasi impercettibili. La minuzia delle cose che cambiano mi sorprende nei momenti più inattesi, nei gesti che costituiscono la mia quotidianità, nel modo di relazionarmi, pianificare, guardare avanti, vivere il presente.

Il lungo periodo in un posto come l’Iraq mi sta aiutando a gettare le fondamenta di una visione geopolitica più complessa e forse più sofisticata di quella che le impressioni del viaggiatore e l’istinto dell’osservatore possono generare. É sicuramente un privilegio – costruito, sudato, desiderato – a cui fa da controaltare il fatto che il mio idealismo negli ultimi mesi ha subito un duro colpo.

La visione dall’interno o da un angolo estremamente ravvicinato dei meccanismi che muovono le grandi macchine dello sviluppo, dell’aiuto umanitario, della risposta all’emergenza alimenta un cinismo che a volte temo rischi di sfociare nella disillusione. Qui, come altrove, o forse come ovunque, la piccineria degli interessi individuali di molti (occidentali) mescola le carte della “buona volontà” con la retorica dell’aiuto, dell’altruismo, dell’eroismo perfino e costruisce la strada del profitto, dell’avanzamento di carriera, della soddisfazione di piccoli ego gonfiati all’infinito. Dal mito del fronte che alimenta la retorica della sfida e del superamento dei limiti – del tipo: “sai, vivo in Iraq, è un posto che richiede coraggio” – a chi usa il lavoro di serie organizzazioni non governative perchè da grande vuole fare l’ambasciatore, il catalogo delle aberrazioni è lungo e poco piacevole. La scoperta delle ombre scure di un mondo che si alimenta del supporto economico e morale di molti acuisce l’allerta e la capacità di navigare fra le pighe della realtà:conoscere il lato oscuro fa si che il positivo emerga in modo più appariscente, conoscere il lato oscuro permette di sviluppare strategie di navigazione meno ingenue, conoscere il lato oscuro alimenta la voglia di nutrire i propri ideali e far sì che non sia il cinismo ad avere la meglio.

Ancora, il passo lento fa scoprire che è vero che i semi hanno bisogno di tempo per germogliare e che la pazienza, la discrezione e la sospensione del giudizio creano una breccia perfino nel muro di protezione che rende così difficile la fiducia in questa società.

Sono rientrata ad Erbil da quattro settimane ed è stato un piacere riallacciare i fili di relazioni costruite pian piano nel corso dell’anno passato. Grazie alle continue dimostrazioni di affetto ricevute in questi giorni, mi sono resa conto con gioia che l’anno scorso sono riuscita a piantare un piccolo seme di fiducia che sta lentamente germogliando e che ha ora bisogno di attenzione e dedizione per far si che cresca sano e che possa moltiplicarsi.

In questi giorni mi sono accorta di quanto la fiducia generi prossimità e quanto dalla prossimità nasca condivisione. Questo percorso di avvicinamento al cuore delle persone che mi stanno intorno, mi ha riempito il cuore, la testa e la memoria di storie, emozioni, sensazioni che a volte sembrano troppo grandi per essere contenute, gestite, sentite tutte allo stesso tempo. Sono piccole grandi storie di vita quotidiana, di una “normalità” che continua a sfuggire alla mia totale comprensione, di strategie di sopravvivevenza intorno e contro i condizionamenti e le sopraffazioni. Ed è così che scopri che non sei capace di prendere atto che si possa sopravvivere alla morte di un proprio caro rapito e fatto morire di fame; è così che scopri l’immensa forza interiore di donne che escogitano micro-strategie per eludere i condizionamenti e conservare uno spazio di autodeterminazione; è così che scopri la sfumatura di tristezza negli occhi di un uomo innamorato della libertà che resiste con dignità alle pressioni della tradizione.

Ed è così che scopri che la sera sei stanca, che la valanga di emozioni da gestire durante il giorno con una buona dose di aplomb rassicurante richiede una quantità di energie che dovrebbe prevedere una riserva sterminata da cui poter attingere. Ed è così che scopri che vorresti avere il dono della parola giusta al momento giusto, ma che nella maggior parte dei casi non c’è altro da fare se non ascoltare e prendere atto che al silenzio non equivale all’impotenza, ma ad un desiderio di accoglienza a cui non corrispondono parole. Spesso mi accorgo di non avere abbastanza strumenti o forse di non essere forte abbastanza. Quotidianamente ricordo a me stessa del patrimonio di ricchezze che sto accumulando e del desiderio che mi spinge a provare a costruire una “saggezza” che nasce dall’accettazione dei limiti e dalla potenza delle piccole cose.

Un grande abbraccio e a presto.

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