Archivio per marzo, 2010

LA LETTERA CHE NON SPEDISCO (PER ORA)

Con questa lettera presento le mie dimissioni. Sono il frutto di una decisione dolorosa, ma non ci sono più per me le condizioni per continuare a lavorare all’UK-H.
Sono arrivata qui quasi due anni fa pensando di poter contribuire alla formazione di una generazione che giocherà un ruolo importante nella costruzione della democrazia in Kurdistan. Ho dedicato molta energia nel trasmettere principi di legalità, libertà e rispetto delle idee e posizioni altrui. Ero convinta che la nostra istituzione fosse un “porto sicuro” in cui coltivare la libertà accademica e il pensiero critico in un contesto che sta ancora negoziando spazi di libera espressione. Pensavo che questo fosse il messaggio che accademici formati in occidente dovessero trasmettere ai nostri studenti.
Le cose sembrano essere cambiate. La nostra istituzione sembra promuovere l’obbedienza invece che il dialogo, il silenzo e la paura anzichè lo scambio e la discussione.
Come portavoce dell’associazione degli accademici per la liberta accademica ho sottoscritto due prinicipi: che gli accademici hanno la liberta incondizionata di mettere in discussione le verità assodate e sostenere le proprie opinioni anche se controverese o impopolari e che le istituzioni accademiche non hanno nessun diritto di limitare questa libertà. UK-H non rispetta al momento nessuno di questi due principi. Continuare a lavorare per questa istituzione significherebbe implicitamente acconsentire a questo stato di cose, temo di non poter continuare a farlo senza compromettere seriamente la mia integrità morale e la mia credibilità accademica.

Questo è quello che ho scritto e questo è quello che ancora penso. Però ho deciso diversamente.

Ho deciso di restare fino alla fine delle lezioni (a meno che l’intero dipartimento non si dimetta come gesto dimostrativo) cosicchè non siano gli studenti a pagare un prezzo ancora più alto di quello che stanno già pagando. Con questa scuola è stato promesso loro un modello di educazione diverso da quello tradizionale, mentre la nuova amministrazione sta creando le condizioni per cui solo chi tace ha la vita semplice e la strada spianata. Restare significa poter continuare a dissentire e poter testimoniare che esiste davvero un modo diverso di fare le cose. Continua a tornarmi in mente una cosa che ho letto tempo fa; non ricordo dove l’ho letta e non ricordo chi la scritta, ma suona più o meno così: il momento in cui decidi di restistere hai cominciato a vincere. É il mantra da cui ho scelto di farmi sostenere nelle dodici settimane che vengono.

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Gulit

Gulit in curdo significa “sei un fiore” ed è un’espressione che si usa per dimostrare affetto o dare credito alle persone che ti sono care. Questo bollettino è per me oggi un modo di fare pace con questo paese in uno dei periodi più difficili che abbia vissuto a memoria d’uomo.

A prendere il sopravvento su tutto in questo periodo sembra esserci il peso di un sistema che promette e non mantiene, di ideali messi a dura prova, della possibilità reale di dare le dimissioni nel giro di una settimana e lasciare a metà per la prima nella mia vita un progetto cominciato con passione e dedizione, della paura delle conseguenze che si possono pagare se si apre la bocca per espreimere le prorie idee.

Però, per fortuna, come sempre c’è un però. È una cosa che dico sempre ai miei studenti e che tendo a dimenticare quando si tratta della mia vita.

Quindi gulit stasera è dedicato al Kurdistan e al fatto che nel bene o nel male non finisce mai di sorprendermi.

É dedicato all’anno 2710 del calendario curdo che è cominciato due giorni fa, il primo giorno di primavera, e che ho celebrato ad Akre, nel nord del Kurdistan dove una processione di fiaccole si arrampica a passo di corsa sulla montagna per accendere il falò che ricorda la vittoria di Kawa, il fabbro, che ha ucciso il tiranno che nella notte dei tempi mangiava i bambini per saziare la sua ingordigia.

É dedicato agli amici meravigliosi con cui ho cominciato la primavera e il nuovo anno e alla famiglia che ci ha ospitato e nutrito senza sapere chi fossimo, senza fare domande e senza avere una lingua in comune.

É dedicato alla bellezza delle montagne, che mi rimettono in pace col mondo e non smettono mai di ricordarmi quali sono le priorità su cui investire.

É dedicato a tutto quello che la durezza di questo paese mi ha insegnato: l’importanza della generosità, la gratuità dell’ospitalità, l’amicizia senza condizioni.

É dedicato a chi mi sta vicino mascherando le preoccupazioni, in silenzio, cosicchè non dimetichi il privilegio della mia libertà.


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Mai dimenticare Halabja

Il 16 marzo del 1988 alle 11 della mattina la citta’ di Halabja nel sud del Kurdistan iracheno e’ stata vittima di un  attacco con armi chimiche da parte dell’esercito iracheno. L’operazione, voluta da Saddam Hussein, e’ stata portata a termine con minuziosa dedizione da Ali Hassan Al-Majid, da quel giorno noto ai piu’ come Ali il Chimico.

Oggi a Erbil abbiamo commemorato quell’evento. La citta’ si e’ fermata per cinque minuti, il tempo che e’ stato necessario 22 anni fa ad uccidere quasi cinquemila persone. Con gli studenti, le guardie, i professori siamo scesi in strada per cinque minuti di silenzio interrotto solo dal suono delle sirene e dal lamento funebre del muezzin.

Saddam Hussein e’ stato condannato a morte per l’esecuzione di 48 dissidenti in un villaggio nel sud dell’Iraq, e’ stato impiccato prima che il processo per genocidio fosse concluso.

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