Archivio per maggio, 2010

la luna piena - Buon compleanno S.!

Una notte di luna piena

Un cielo di stelle e pensieri leggeri

Un amico che compie trent’anni


Una valle profonda che ha visto troppe guerre

Il tetto di un ospedale da campo

L’immagine lontana di ribelli che combattono per la libertà


Tre giornalisti sognano la guerra

Un fotografo spera di esplorare il mondo

Un seitar suona malinconie persiane


Un banchetto di amicizia e semplicità

Il profumo della carne alla brace

L’aroma dell’arak che l’accompagna


Una coperta e un tappeto per dormire

Le stelle disegnano improbabili costellazioni

E intanto la luna attraversa il cielo


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giornata internazionale della libertà accademica

Oggi si celebra la giornata internazionale della libertà accademica. Tre settimane fa ho chiesto il permesso di organizzare all’università un seminario di discussione sulla libertà di espressione. Molti dei miei amici qui sono giornalisti, alcuni lavorano con organizzazioni non governative che formano e sostengono la stampa locale – pensavo ad un dibattito pubblico in cui la questione della libertà accademica potesse essere discussa nel quadro più generale della libertà di espressione. Alla prima richiesta non ho avuto risposta. Due settimane più tardi ho mandato una richiesta più dettagliata sui temi e l’organizzazione del dibattito. A questa richiesta è arrivata una risposta di una riga chiaramente indispettita: il permesso non è concesso. Non mi aspettavo certo un caloroso supporto dall’amministrazione dell’università, ma il gelo della risposta mi ha dato molto da pensare. Lì per lì ho pensato che fosse un’altra delle battaglie perse di questo anno assurdo di scontri e tensioni – l’idea mi ha fatto sentire impotente e mi ha riempito di amarezza.

Due giorni dopo essermi visto negato il permesso per organizzare il mio seminario, un giovane giornalista curdo è stato rapito e trovato morto pochi giorni più tardi. Nessuno conosce la ragione, ma tutti sanno che molto probabilmente l’omicidio è legato al fatto che S. ha scritto più di una parola di troppo sulla principale famiglia al potere.

Pensato in questa prospettiva il mio piccolo seminario era evidetemente andato a toccare più di un nervo scoperto. Strano come servano sempre le evidenze per capire quello che si sa già – il problema è ovviamente più ampio e l’università è solo la punta di un grande iceberg. Mah. Brutta sensazione, non mi piace di sentirmi così. Allora mi sono messa a pensare e mi è tornata in mente una conversazione avuta con K. poco tempo prima in cui lui mi ha chiesto di promettergli di guardare di nuovo il film su Gandhi.

Ecco la risposta. Forse non si potrà discutere di libertà di espressione, ma la resisteza pacifica ha mille forme e si possono trovare modi alternativi per non sentirsi impotenti e non tenere la bocca chiusa. E così ho organizzato all’università una proiezione del film su Ganndhi con i miei studenti – sanno del permesso che mi era stato negato e, ieri mattina, prima dell’inizio del film li ho visti ghignare soddisfatti della possibilità che se anche si perdono gli scontri diretti, Gandhi ci insegna che ci sono sempre modi per non lasciarsi piegare da sistemi di potere oppressivi (qualsiasi sia la loro dimensione!)


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dervisci

Viaggiare nel cassone di un pick-up riempie i capelli di sabbia e i pensieri di vento.

A.K. suona il tar (una specie di chitarrina persiana) mentre si viaggia e dalle macchine che ci sorpassano la gente sorride e saluta. Un suonatore e uno straniero nel retro di un pick-up sono una combinazione piuttosto insolita da queste parti.

E così si va, verso sud est, lungo il confine con l’Iran, a Barzinja. Più che un villaggio sembra un anonimo agglomerato di case lungo la strada principale. Un campo da calcio recintato, una grande moschea, tanti prati e poco altro. Ci fermiamo, siamo arrivati. Siamo qui per il festival annuale della setta di Sufi Aqdiya dell’ordine dei Kasnazani, fondata nell’undicesimo secolo. I membri appartengono tutti alla tribù dei Barzinji e sono divisi fra l’Iran e l’Iraq – per il festival si radunano nel villaggio dove si prega e si festeggia tutti insieme.

Sono molto anni che subisco la fascinazione del mondo dei dervisci e della spiritualità Sufi. La prima volta che ho fatto direttamente esperienza delle celebrazioni è stata una notte di tanti anni fa a Lahore, dove l’immagine esotica del derviscio col vestito bianco circondato da un alone di purezza e santità è stata sostituita da una forma di misticismo molto più materiale: di sudore e terra più che di incenso e spirito. L’incontro con i dervisci curdi è stato simile, altrettanto intenso.

Il centro delle celebrazioni è nel campetto di calcio; c’e’ una tettoia per proteggere dal sole lo Sheikh e gli anziani della setta. Al centro del campo i suonatori di tamburi, i partecipanti al rito e gli spettatori. Sono con i miei amici dell’agenzia fotografica Metrography, mi dicono di coprirmi la testa e di seguirli. Tutte le teste si girano per guardarmi – sono l’unica donna nell’area delle celebrazioni. Alzo gli occhi donne e bambini sono subito fuori dal campo – sul finco della collina immediatamente a ridosso che guardano dall’alto e partecipano al rito. Raggiungo il resto delle donne e assisto alle celebrazioni. Il battito dei tamburi è frenetico, i dervisci seguono il ritmo con il corpo: il busto, la testa, i capelli lunghi sciolti vanno su e giù, sempre più veloce, fino a raggiungere una sorta di trance. Due donne, una giovane e una anziana, sedute con le gambe incrociate sul bordo della strada seguono il ritmo della musica e sembrano perse in un mondo parallelo, altre donne si avvicinano per assisterle, per far sì che la testa rimanga coperta.

L’ordine dei Kasnazani è uno di quelli che pratica l’autoflagellazione come forma di estasi mistica. La musica si fa più frenetica, i dervisci che partecipano al rito sono in cerchio, il cerchio si allarga e un giovane con i capelli rossi raggiunge il centro del cerchio. É Khalid Konapowsi, un derviscio di 25 anni venuto dall’Iran per il festival. É lui il cuore delle celebrazioni. Una volta raggiunto il centro del cerchio uno degli anziani gli porge una spada, di altri dervisci gli fanno spazio. Seguendo il suono dei tamburi comincia a battersi la schiena, con una violenza che cresce in parallelo al ritmo della musica. La folla è quasi ipnotizzata, io come gli altri – nessuno riesce a staccare gli occhi dalla schieda di Khalid. Non c’è sangue. Khalid torna in cerchio col resto del gruppo e riprende il movimento ritmico in sintonia con gli atri corpi. Di nuovo uno degli anziani lo chiama al centro. Questa volta ha in mano uno spillone. Khalid si inginogghia. L’anziano gli perfora la lingua con lo spillone. La gente trattiene il respiro. Nessun rumore oltre il vento e il suono dei tamburi. Non c’è sangue.

E così il rito finisce e la folla si disperde per continuare i festeggiamenti con un pic nic.

Io sono senza parole, il ritmo dei tamburi mi risuona nelle orecchie. Nella moschea c’è la tomba del fondatore della setta. Entriamo e lì mi trovo faccia a faccia con Khalid – ha un viso da bambino e un sorriso estatico, non c’è traccia di sofferenza.


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