dervisci

Viaggiare nel cassone di un pick-up riempie i capelli di sabbia e i pensieri di vento.

A.K. suona il tar (una specie di chitarrina persiana) mentre si viaggia e dalle macchine che ci sorpassano la gente sorride e saluta. Un suonatore e uno straniero nel retro di un pick-up sono una combinazione piuttosto insolita da queste parti.

E così si va, verso sud est, lungo il confine con l’Iran, a Barzinja. Più che un villaggio sembra un anonimo agglomerato di case lungo la strada principale. Un campo da calcio recintato, una grande moschea, tanti prati e poco altro. Ci fermiamo, siamo arrivati. Siamo qui per il festival annuale della setta di Sufi Aqdiya dell’ordine dei Kasnazani, fondata nell’undicesimo secolo. I membri appartengono tutti alla tribù dei Barzinji e sono divisi fra l’Iran e l’Iraq – per il festival si radunano nel villaggio dove si prega e si festeggia tutti insieme.

Sono molto anni che subisco la fascinazione del mondo dei dervisci e della spiritualità Sufi. La prima volta che ho fatto direttamente esperienza delle celebrazioni è stata una notte di tanti anni fa a Lahore, dove l’immagine esotica del derviscio col vestito bianco circondato da un alone di purezza e santità è stata sostituita da una forma di misticismo molto più materiale: di sudore e terra più che di incenso e spirito. L’incontro con i dervisci curdi è stato simile, altrettanto intenso.

Il centro delle celebrazioni è nel campetto di calcio; c’e’ una tettoia per proteggere dal sole lo Sheikh e gli anziani della setta. Al centro del campo i suonatori di tamburi, i partecipanti al rito e gli spettatori. Sono con i miei amici dell’agenzia fotografica Metrography, mi dicono di coprirmi la testa e di seguirli. Tutte le teste si girano per guardarmi – sono l’unica donna nell’area delle celebrazioni. Alzo gli occhi donne e bambini sono subito fuori dal campo – sul finco della collina immediatamente a ridosso che guardano dall’alto e partecipano al rito. Raggiungo il resto delle donne e assisto alle celebrazioni. Il battito dei tamburi è frenetico, i dervisci seguono il ritmo con il corpo: il busto, la testa, i capelli lunghi sciolti vanno su e giù, sempre più veloce, fino a raggiungere una sorta di trance. Due donne, una giovane e una anziana, sedute con le gambe incrociate sul bordo della strada seguono il ritmo della musica e sembrano perse in un mondo parallelo, altre donne si avvicinano per assisterle, per far sì che la testa rimanga coperta.

L’ordine dei Kasnazani è uno di quelli che pratica l’autoflagellazione come forma di estasi mistica. La musica si fa più frenetica, i dervisci che partecipano al rito sono in cerchio, il cerchio si allarga e un giovane con i capelli rossi raggiunge il centro del cerchio. É Khalid Konapowsi, un derviscio di 25 anni venuto dall’Iran per il festival. É lui il cuore delle celebrazioni. Una volta raggiunto il centro del cerchio uno degli anziani gli porge una spada, di altri dervisci gli fanno spazio. Seguendo il suono dei tamburi comincia a battersi la schiena, con una violenza che cresce in parallelo al ritmo della musica. La folla è quasi ipnotizzata, io come gli altri – nessuno riesce a staccare gli occhi dalla schieda di Khalid. Non c’è sangue. Khalid torna in cerchio col resto del gruppo e riprende il movimento ritmico in sintonia con gli atri corpi. Di nuovo uno degli anziani lo chiama al centro. Questa volta ha in mano uno spillone. Khalid si inginogghia. L’anziano gli perfora la lingua con lo spillone. La gente trattiene il respiro. Nessun rumore oltre il vento e il suono dei tamburi. Non c’è sangue.

E così il rito finisce e la folla si disperde per continuare i festeggiamenti con un pic nic.

Io sono senza parole, il ritmo dei tamburi mi risuona nelle orecchie. Nella moschea c’è la tomba del fondatore della setta. Entriamo e lì mi trovo faccia a faccia con Khalid – ha un viso da bambino e un sorriso estatico, non c’è traccia di sofferenza.


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resistere resistere resistere

Bevo gin and tonic e scrivo. Dopo un anno di assenza sono arrivate di nuovo nei supermecati le lattine di acqua tonica: il gin and tonic diventa quindi facilmente un argomento di discussione.

So che gli ultimi bollettini hanno lasciato molti preoccupati; le cose sono pesanti, ma – anche se un po’ a fatica – sono riuscita a ritrovare la terra sotto ai piedi e a cambiare la prospettiva da cui guardare le cose. Adesso mi sembra tutto un gioco di strategia, una buffa combinazione fra una partita a scacchi e un episodio di Tom e Jerry in cui io, per evitare incontri indesiderati, mi nascondo dietro al monitor del computer o sgattaiolo via spalmata sul muro dei corridoi dietro le spalle di chi non voglio vedere…

E poi succede che viene il 25 aprile, che per me è il giorno più importante dell’anno e comincio la giornata ascoltando Bandiera Rossa su Youtube e poi L. mi manda Bella Ciao cantata da Gaber e un po’ mi commuovo e penso che davvero è una bella giornata. E penso che la storia della Resistenza non finirà mai di lasciare il segno nella mia vita, penso che è una storia che ogni anno mi racconta una cosa anche di me e che è un messaggio vivo e presente che mi aiuta a ritrovare l’equilibrio, a rimettere a fuoco i valori importanti, a ricordarmi perchè prendo le decisioni che prendo.

E poi succede che in classe racconto ai miei studenti la storia della Lberazione e che i nostri partigiani e i loro peshmerga hanno tratti simili, di ideali, vicinanza e sensibilità e le montagne tornano in primo piano, perchè è dalle montagne che si raccontano sia la loro che la nostra lotta per la libertà. E mi torna in mente che tanto tempo fa un amico curdo – che ha passato un po’ di anni a combattere sulle montagne – mi canticchia una canzone e mi dice la conosci? Certo che la conosco, è Bella Ciao tradotta in curdo, cantata su montagne diverse con parole diverse ma per gli stessi ideali. E le facce dei miei studenti si illuminano. E a quel punto la bocca chiusa non la tengo più e butto lì che la lezione sia dei miei che dei loro partigiani non ce la dobbiamo dimanticare nelle nostre piccole battaglie quotiane, neache qui all’università quando quello in cui crediamo è così profondamente messo in discussione da chi prende le decisioni probabilmente anche per noi, ma sicuramente non in nome nostro.

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LA LETTERA CHE NON SPEDISCO (PER ORA)

Con questa lettera presento le mie dimissioni. Sono il frutto di una decisione dolorosa, ma non ci sono più per me le condizioni per continuare a lavorare all’UK-H.
Sono arrivata qui quasi due anni fa pensando di poter contribuire alla formazione di una generazione che giocherà un ruolo importante nella costruzione della democrazia in Kurdistan. Ho dedicato molta energia nel trasmettere principi di legalità, libertà e rispetto delle idee e posizioni altrui. Ero convinta che la nostra istituzione fosse un “porto sicuro” in cui coltivare la libertà accademica e il pensiero critico in un contesto che sta ancora negoziando spazi di libera espressione. Pensavo che questo fosse il messaggio che accademici formati in occidente dovessero trasmettere ai nostri studenti.
Le cose sembrano essere cambiate. La nostra istituzione sembra promuovere l’obbedienza invece che il dialogo, il silenzo e la paura anzichè lo scambio e la discussione.
Come portavoce dell’associazione degli accademici per la liberta accademica ho sottoscritto due prinicipi: che gli accademici hanno la liberta incondizionata di mettere in discussione le verità assodate e sostenere le proprie opinioni anche se controverese o impopolari e che le istituzioni accademiche non hanno nessun diritto di limitare questa libertà. UK-H non rispetta al momento nessuno di questi due principi. Continuare a lavorare per questa istituzione significherebbe implicitamente acconsentire a questo stato di cose, temo di non poter continuare a farlo senza compromettere seriamente la mia integrità morale e la mia credibilità accademica.

Questo è quello che ho scritto e questo è quello che ancora penso. Però ho deciso diversamente.

Ho deciso di restare fino alla fine delle lezioni (a meno che l’intero dipartimento non si dimetta come gesto dimostrativo) cosicchè non siano gli studenti a pagare un prezzo ancora più alto di quello che stanno già pagando. Con questa scuola è stato promesso loro un modello di educazione diverso da quello tradizionale, mentre la nuova amministrazione sta creando le condizioni per cui solo chi tace ha la vita semplice e la strada spianata. Restare significa poter continuare a dissentire e poter testimoniare che esiste davvero un modo diverso di fare le cose. Continua a tornarmi in mente una cosa che ho letto tempo fa; non ricordo dove l’ho letta e non ricordo chi la scritta, ma suona più o meno così: il momento in cui decidi di restistere hai cominciato a vincere. É il mantra da cui ho scelto di farmi sostenere nelle dodici settimane che vengono.

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Gulit

Gulit in curdo significa “sei un fiore” ed è un’espressione che si usa per dimostrare affetto o dare credito alle persone che ti sono care. Questo bollettino è per me oggi un modo di fare pace con questo paese in uno dei periodi più difficili che abbia vissuto a memoria d’uomo.

A prendere il sopravvento su tutto in questo periodo sembra esserci il peso di un sistema che promette e non mantiene, di ideali messi a dura prova, della possibilità reale di dare le dimissioni nel giro di una settimana e lasciare a metà per la prima nella mia vita un progetto cominciato con passione e dedizione, della paura delle conseguenze che si possono pagare se si apre la bocca per espreimere le prorie idee.

Però, per fortuna, come sempre c’è un però. È una cosa che dico sempre ai miei studenti e che tendo a dimenticare quando si tratta della mia vita.

Quindi gulit stasera è dedicato al Kurdistan e al fatto che nel bene o nel male non finisce mai di sorprendermi.

É dedicato all’anno 2710 del calendario curdo che è cominciato due giorni fa, il primo giorno di primavera, e che ho celebrato ad Akre, nel nord del Kurdistan dove una processione di fiaccole si arrampica a passo di corsa sulla montagna per accendere il falò che ricorda la vittoria di Kawa, il fabbro, che ha ucciso il tiranno che nella notte dei tempi mangiava i bambini per saziare la sua ingordigia.

É dedicato agli amici meravigliosi con cui ho cominciato la primavera e il nuovo anno e alla famiglia che ci ha ospitato e nutrito senza sapere chi fossimo, senza fare domande e senza avere una lingua in comune.

É dedicato alla bellezza delle montagne, che mi rimettono in pace col mondo e non smettono mai di ricordarmi quali sono le priorità su cui investire.

É dedicato a tutto quello che la durezza di questo paese mi ha insegnato: l’importanza della generosità, la gratuità dell’ospitalità, l’amicizia senza condizioni.

É dedicato a chi mi sta vicino mascherando le preoccupazioni, in silenzio, cosicchè non dimetichi il privilegio della mia libertà.


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Mai dimenticare Halabja

Il 16 marzo del 1988 alle 11 della mattina la citta’ di Halabja nel sud del Kurdistan iracheno e’ stata vittima di un  attacco con armi chimiche da parte dell’esercito iracheno. L’operazione, voluta da Saddam Hussein, e’ stata portata a termine con minuziosa dedizione da Ali Hassan Al-Majid, da quel giorno noto ai piu’ come Ali il Chimico.

Oggi a Erbil abbiamo commemorato quell’evento. La citta’ si e’ fermata per cinque minuti, il tempo che e’ stato necessario 22 anni fa ad uccidere quasi cinquemila persone. Con gli studenti, le guardie, i professori siamo scesi in strada per cinque minuti di silenzio interrotto solo dal suono delle sirene e dal lamento funebre del muezzin.

Saddam Hussein e’ stato condannato a morte per l’esecuzione di 48 dissidenti in un villaggio nel sud dell’Iraq, e’ stato impiccato prima che il processo per genocidio fosse concluso.

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